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Intervista a Padre Marko Ivan Rupnik

INTERVISTA ALL’AUTORE DEL MOSAICO PADRE MARKO IVAN RUPNIK

Sappiamo che il progetto iniziale del mosaico ha subito delle modifiche. Come nasce questa nuova idea?

Il primo progetto narrava della storia della salvezza dal peccato di Adamo fino alla redenzione in Cristo con le implicazioni di Paolo in questa storia. Il progetto corretto è invece una narrazione paolina che riguarda più personalmente San Paolo. Il cambiamento sta nell’aver reso più paolino il progetto stesso. La rappresentazione attuale riguarda la persona di San Paolo e la lettura che  questi fa di Cristo e della fede. 

Leggevo in qualche sua intervista che secondo lei l’arte è comunicazione e comunione. Qual è il messaggio che vuole condividere con chi guarda quest’opera?

Io penso che l’opera parli e in effetti anche in questi giorni alcuni parrocchiani mi hanno raccontato la loro lettura della scena centrale. Perciò penso che siccome nella Chiesa l’opera d’arte non deve esprimere le idee dell’artista o della sua visione ma deve comunicare la fede della Chiesa, l’arte è una forma di comunicazione bella, armoniosa che attira, che affascina, che colpisce l’occhio in una attrazione. Il messaggio del mosaico è paolino, ma la chiave di lettura iniziale è Santo Stefano. Stefano ha fatto una lettura dell’Antico Testamento da cui emerge la persona di Cristo come Salvatore del mondo e questa visione così cristocentrica, questa identificazione del messia con Gesù Cristo, figlio di Dio, è costata la vita a Stefano. Cosa vuol dire questo? Quando Stefano è morto, gli Atti degli Apostoli lo descrivono come alter ego della morte di Cristo. È diventato un’ immagine di Cristo, una piena manifestazione di Cristo, un’icona di Cristo. Se faccio una lettura della storia dalla quale emerge la centralità Cristo, vuol dire che Cristo è  anche dentro Stefano. Cristo è in ciascuno di noi, Cristo è dentro di me e la mia vita trova senso nel rivelare questo Cristo. La massima manifestazione di questo Cristo consiste nella consegna al Padre e agli uomini, perciò Stefano diventa conforme al dono che ha ricevuto. Paolo in quel tempo assisteva all’ uccisione di Stefano, infatti è scritto che hanno deposto le vesti del santo ai suoi piedi.  Questo dimostra che Saulo era almeno in qualche modo implicato in questa esecuzione e quando invece nella lettera ai Galati dice “Dio Padre ha ritenuto il momento di rivelare in me il suo Figlio, il Figlio di Dio, Cristo”, da quel momento assistiamo ad una nuova edizione di Paolo, un Paolo nuovo, Paolo che diventa esattamente come Stefano. Percepiamo una progressiva manifestazione di Cristo nella sua vita. Tant’è vero che anche nel mosaico Paolo è cristoforme; se Stefano si fonde con il corpo di Cristo sulla croce, Paolo l’ucciso è come se fosse un ombra della croce. Paolo stesso dice che per noi è il battesimo il momento del passaggio da una vita all’altra, da una vita di individuo sicuro di sé, pieno  delle proprie ragioni, ad una persona intessuta sul corpo di Cristo. Perciò, dall’altro lato, opposto a quello di Paolo, c’è questo accenno al battistero. Il battesimo è il trionfo della fede, della manifestazione di Cristo in me cristiano.

Leggendo il mosaico, partendo da sinistra, vediamo Abramo che nella solitudine contempla il mondo deserto davanti a sé e conta le stelle. Il contorno esterno del mosaico è costituito da due strisce che simboleggiano la sfera del mondo e dell’universo. Una striscia nera e una blu con dentro incastonate pietre dorate che sono stelle. Questa rappresentazione ci riporta all’episodio dell’alleanza tra Abramo e Dio. Dio comincia ad educare Abramo alla relazione. Siamo dinanzi non ad un Dio che si manifesta nelle statue ma che si rivela nella persona, un Dio presente in una relazione. Alleanza è educazione a ritenere l’altro come primo. In Dio la priorità l’ha sempre l’altro perché per Lui la verità è la relazione. Poi, dopo il peccato, la relazione in questo mondo ha come unico soggetto l’io, mentre per Dio il soggetto è l’altro. Per il Padre l’importante è il Figlio e il Figlio obbedisce al Padre. Comincia così questo cammino della fede intesa come vita comunionale, relazionale dove l’altro è l’epicentro.

Alle spalle abbiamo rappresentato l’episodio tratto da Marco 3:  la guarigione dell’uomo con la mano inaridita nella sinagoga. Qui vediamo degli scribi e al centro c’è la Torah, la legge. L’ uomo infermo è lì accanto alla legge perché Cristo lo ha messo al centro. Gli scribi indicano la legge, Cristo invece indica l’uomo. Paolo nella lettera ai Galati ci dice che all’inizio era la fede di Abramo, dopo 430 anni arriva la legge e la legge non può sostituire ciò che era la promessa dell’alleanza della fede di Abramo. La legge doveva essere in favore dell’alleanza come sigillo della fede, invece ha prevalso la lettera scritta la cui totale osservanza ci rende solo religiosi;  l’epicentro allora si sposta di nuovo su di me per cui  arrivo a credere che compiendo tutto ciò che sta prescritto  riuscirò ad avere la vita eterna. Paolo invece è cosciente, in base alla sua esperienza, che la legge non cambia la vita dell’uomo, non lo rende figlio di Dio. Qualcosa è stato sbagliato a proposito della legge. Si è esagerato nel sopravvalutare la dimensione religiosa  che esalta l’uomo con il suo impegno, il suo dovere, la sua bravura e fa ritenere che in questo modo l’uomo conquisterà la vita di Dio. Invece no, la fede è un dono.

Guardando il mosaico, è  curioso vedere come sono girate le figure. Nell’iconografia tradizionale Dio viene sempre alla nostra sinistra e l’uomo sta alla destra. Se si guardano le scene che rappresentano l’annunciazione, tranne pochissimi esempi di rappresentazioni errate per superficialità, tutta la tradizione iconografica applica questa regola. Perché dunque alla nostra sinistra? Perché è la destra di Dio. La nostra sinistra coincide con la sua destra: è la sua destra che è potente, Lui agisce con la destra. Abramo guarda verso la nostra sinistra, e allora verso cosa guarda? Guarda verso la destra di Dio perché Dio viene da sinistra. Alle spalle di Abramo vediamo gli scribi che vengono dalla sinistra perché vengono in nome di Dio, in nome della legge  e  girato verso sinistra vediamo anche l’uomo malato. Anche lui è andato alla sinagoga, è un uomo religioso. Gli scribi però  non hanno la vita dentro perciò anche il colore di fondo dalla loro parte è nero-grigio: la vita si è spenta e loro adesso vogliamo acquistarla con la legge. Ma in Galati 2,16 è scritto che non funziona esattamente così. E’ interessante notare che Cristo è collocato a destra. Dio, il Figlio di Dio si è fatto solidale con l’uomo come dice San Paolo nella lettera agli Ebrei. Lui si è messo dalla parte dell’uomo tant’è che si è fatto uomo. Perciò si trova alla nostra destra e Cristo stesso fa vedere che questo modo di vivere la religione non porta da nessuna parte. Gli scribi non riescono a cambiare la vita di quest’uomo e inoltre per loro è uno strumento usato per tendere una trappola a Gesù così da poterlo accusare. È  curioso constatare che il Figlio di Dio alla fine è giudicato da questa legge e per essa dovrà morire, come viene detto durante il processo. Per questo Paolo dice che non è possibile che l’alleanza finisca così, che le promesse di Dio si limitino a questo. Abramo ha ricevuto la promessa prima di essere circonciso, prima di un rito religioso. Allora Paolo ribadisce che bisogna recuperare il senso vero delle Scritture. Per questo dall’altro lato del mosaico abbiamo l’annunciazione, icona perfettissima di fede accanto  a quella dell’episodio di Abramo.

In questa icona si legge l’affidamento totale all’altro dove l’altro è il primo. Maria  è piena di grazia e infatti Dio l’ha preservata dal peccato affinché lei con la sua volontà potesse dire “fai di me quello che vuoi”. Maria considera Dio veramente il primo, la sua è una fede d’amore, come direbbe Ivanov è “un credere amando”, cioè consegnandosi. Allora vediamo questa immagine molto bella della Madonna che sta tessendo un gomitolo, la carne al Verbo. È curioso notare che Maria è alla nostra destra, dalla parte dell’uomo mentre l’angelo è a sinistra. L’ultima scena invece vede protagonista Paolo in compagnia di Pietro e Giacomo i primi discepoli che ha conosciuto e che si muovono da destra verso sinistra. Maria accoglie la Parola però anche Paolo sembra gravido. Quest’ultima scena rappresenta la Chiesa, la comunione ecclesiale che è gravida di Cristo. Nel mantello di Paolo appare il volto di Cristomaturo come salvatore. In Paolo  si è rivelato il Figlio e lui ha compreso di essere un uomo nuovo, di essere già divino e umano, di avere la vita del Figlio. Da questo momento è la Chiesa gravida del mistero pasquale, perciò il cammino dei tre personaggi è verso la scena centrale. Se ho in me la vita del Figlio, secondo la teologia del dogma, si rivela in me il volto del Padre. Tipico del padre è generare. Per un figlio cosa è essenziale? Obbedire al padre, considerare altamente il padre. In Giovanni 14,28 si legge “farò tutto così perché il mondo veda che ti amo e obbedisco”. Tutto il cammino della parabola cristiana è avere una vita filiale per obbedire al Padre con l’amore e non da schiavi della legge ma da figli liberi. Perciò Paolo porta in mano un  libro con su scritto “da morti che eravamo” (Efesini 2). Sotto la legge, sotto questo sforzo individuale e religioso di salvarsi, di essere bravi, di piacere a Dio eravamo morti fino a quando non abbiamo ricevuto lo Spirito, lo Spirito di Dio che ci ha fatto rivelare il Figlio. Adesso lo Spirito ci ha reso figli e noi possiamo chiamare Dio Padre. 

Appena si entra in chiesa e si guarda il mosaico, non si può fare a meno di esclamare “che bello”! Ma è una bellezza diversa da quella alla quale siamo abituati: il classico estetismo, la sensualità. Che cos’è secondo lei la bellezza?

La bellezza secondo il grande Vladimir Solov’ëv è “la carne del vero e del bene”. E’ la verità e la vita come unità. Questa è la rivelazione del nostro Dio: la verità è la vita che in se stessa è unità e comunione. Il vero è ciò che rimane, che non delude, che non inganna, che è sempre, e sempre è solo la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Perciò la verità è la vita come unità e la verità se non si rivela come bellezza è un’ideologia, così come il bene se non si rivela come bellezza diventa una dittatura moralistica, un fanatismo moralistico. Ora, se la verità è la vita come unità, chiunque ha fatto quattro passi seri verso l’unità con le persone capisce che il rapporto non è costituito dalla “decorazione”. Il rapporto si matura dal molto all’essenziale come nel matrimonio. All’inizio si ha bisogno di tante cose, da maturi nell’amore ci vuole molto poco. E’ come nella liturgia. La liturgia è un linguaggio essenziale. Delle volte si assiste a delle processioni offertoriali dove vengono portati dei doni e c’è un lettore che spiega tutto quello che avviene parlando per tanto tempo. Alla fine di questo momento anche il sacerdote dice qualcosa e enuncia l’espressione “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”: in questo modo ha detto tutto. Allora la bellezza è un amore maturo, è un amore realizzato e l’amore realizzato è sempre pasquale, è un dono ed è perciò essenziale. A questo amore non si può togliere nulla. La bellezza non è ciò a cui non si può aggiungere nulla perché è tanto perfetta, ma è tanto perfetta perché non si può togliere nulla. Perciò la vera bellezza svolge su di noi una specie di purificazione dei sensi e di ascesi. Il bello si coniuga allora con il bene. Un concetto che gli antichi greci erano soliti ripetere, kalòs kai agatòs, il bello come il bene, come la verità. Il bello  è il principio di tutto

Nell’ambito dell’arte liturgica, quale rapporto c’è tra l’opera d’arte e il suo creatore?

Nell’ambito dell’arte liturgica l’arte viene davvero intesa come servizio, è un ministero. Come il ministero della moglie, della mamma, del padre, del marito. Di nuovo torno all’esempio della gravidanza: se uno non è gravido è inutile che prepara il lettuccio e tutto il resto per il suo bimbo. Chi è gravido allora partorisce. Allora penso che siccome le pareti della chiesa sono da intendersi come autoritratto della Chiesa, l’artista deve esprimere ciò che registra mentre celebra l’eucarestia, mentre è membro della Chiesa.  Oggi  assistiamo al culto dell’individuo, ognuno ha paura di sparire e dimentica di dover solo servire. Ma tutto questo  non c’entra niente con l’arte liturgica e chi si domanda come approcciare a quest’arte è mille miglia lontano dall’esperienza spirituale. Per esempio, quando io amo davvero sono mosso a fare dei regali, a donarmi e non penso al premio, alla mia autoaffermazione, non penso al fatto che qualcuno vedrà e apprezzerà. La gioia sta semplicemente nel  fare il dono: questa è la massima gioia. Lo stesso accade  nell’arte. Più una persona esprime ciò da cui è abitata, più grande sarà la gioia. Non c’è bisogno di mettere la propria firma e di mettersi in evidenza in qualche modo perché non è la mia opera: io l’ho ricevuta e la mando avanti. L’artista fa un’opera di trasmissione della salvezza che ci è toccata. È  chiaro allora che chi  realizza un’opera un po’ tinge le cose con la sua persona. Noi persone non siamo delle bocce da biliardo: se noi due ci siamo incontrati, non ci siamo incontrati come due bocce del biliardo. Se ci guardiamo negli occhi, ci comunichiamo qualcosa anche se ci vediamo una sola volta. Portiamo dentro le tracce degli incontri che facciamo. Più l’amore è intenso e più è universale; più io faccio un servizio e più questo servizio ha una coloratura mia, si tinge necessariamente di me perché passa attraverso di me. Questo comunque è semplicemente un arricchimento dentro l’arcobaleno dell’umanità ecclesiale. Non credo quindi che un artista che lavora nelle chiese senta il bisogno di firmare la sua opera. Anche lei non credo firmi la sua opera quando prepara da mangiare alla sua bambina, non firma sotto il piatto “la mamma” perché l’amore non opera con queste categorie. Allora, così come dicevano gli antichi padri quando iniziavano i loro testi, posso dire che ho ricevuto indegnamente un tesoro, sono stato visitato dalla luce, dalla grazia e adesso più fedelmente possibile vorrei trasmettere tutto questo ad altri.

Avevo in mente un’altra domanda ma in quello che lei ha detto c’è già la risposta. Volevo chiederle se l’arte sacra è per Dio o per gli uomini.

L’arte sacra è divino-umana come la liturgia. Ricordo di un architetto che voleva realizzare per una chiesa  uno spazio di raccoglimento e di pace. Per questo basta la mia stanza, la chiesa è il luogo della comunione, dell’incontro tra gli uomini nella comunione dello Spirito Santo, è un’altra realtà. Perciò penso che l’arte liturgica non può totalmente sganciarsi dalla natura della liturgia. Deve in qualche modo farne parte e la liturgia ha questa dimensione divino-umana, una dimensione escatologica e storica. Solov’ëv dice che “compito dell’arte è fare vedere le cose nel loro stato definitivo”. Qual è questo stato definitivo? Quello dell’èscaton, del compimento di tutto in Cristo. E allora se non ho questa esperienza come la faccio? Per noi cristiani è importante fare un’opera d’arte nella quale le figure non siano compiute ma piuttosto abbozzate, essenzialmente presentate ma non completate perché, come dice Romano Guardini “è Dio che compie l’opera”. Noi faremo anche il pane e il vino e li portiamo sull’altare, ma questo non basta, deve scenderci lo Spirito Santo perché l’offerta sia compiuta;  lo stesso accade per l’opera d’arte.

Si tratta di una continua rivelazione.

Esattamente, proprio così!

Anche guardando il mosaico in chiesa dopo tanti anni, si scoprono cose sempre nuove. Accade anche che dopo l’ascolto del Vangelo si guarda l’immagine sulla parete e si scoprono dettagli sempre nuovi. Quell’immagine  ha sempre qualcosa di nuovo da dirti.

Padre Marko, la gente di solito guardando un’ opera d’arte  non riesce a meravigliarsi. Perché l’arte non suscita più meraviglia?

Lei mi sta provocando! Ho portato gli studenti tantissime volte nelle gallerie di arte contemporanea e non mi è mai capitato che un solo studente esclami “ma che meraviglia, ma che bella cosa”. L’arte  allora non è più legata alla bellezza. Questo accade perché abbiamo totalmente legato l’arte all’espressione dell’uomo come tale e abbiamo distrutto la bellezza prima con la filosofia scolastica e poi con quella tedesca rendendola una cosa astratta, concettuale. Poi, ancora peggio, con Hegel la si è legata all’individuo, al soggetto. Penso dunque che l’arte non sia più unita alla bellezza, penso perfino che se dici ad un artista contemporaneo che ha realizzato un’opera bella, possa quasi offendersi. È chiaro che l’arte segue ormai altri criteri, altre categorie. Ovviamente il mondo dell’arte può  fare quello che vuole. Dico solo un’altra cosa: l’uomo senza bellezza è perduto. Attualmente il vero non è più vero. Il bene non è più bene se non è bello. Vero e bene per realizzarsi necessitano della bellezza. Dice ancora il pensatore russo Solov’ëv: “si può anche senza pane ma non senza bellezza”. Ormai viviamo una vita stanca, noiosa, vuota, banale miserabilmente povera. Se non c’è qualcosa che mi fa esclamare “che meraviglia”, che mi ferma il passo, che mi fissa lo sguardo, che mi fa restare immobile a tal punto da non voler andar via, se non ci sono queste esperienze, io penso che al cuore umano manchi allora l’essenziale. È chiaro che se si fa questa esperienza allora è difficile anche che davanti all’altro si possa esclamare “che bella persona”. Oggi ci manca anche questo. L’assenza di meraviglia rispetto all’arte implica l’aridità anche nell’ambito dei rapporti umani. Siccome quindi la bellezza è comunionale, dove si percepisce l’assenza della bellezza? Nelle relazioni tra le persone. In questo mondo funzionano ancora le cose, ma le relazioni no. Dunque, è inutile che io mi impegni a riprodurre la bellezza classica abbellendo un appartamento con magnifiche statuette o cercando le belle forme. Non è questa la vera bellezza se non si cura il bello all’interno dei rapporti interpersonali. Le relazioni seguono un’altra bellezza, non quella classica.

 

A cura di Maria Terlizzi